Colpo agli hacker italiani. Servirà?

L’impressione è quella di una bastonata data contro a un corpo gommoso e smisurato, i quindici italiani denunciati ieri dalla polizia postale con l’accusa di fare parte di Anonymous – il collettivo di hacker più temuto al mondo – fanno notizia, ma si tratta di molto rumore per quasi nulla. Il collettivo conta almeno 200 simpatizzanti italiani, che già ieri promettevano rappresaglie e che a loro volta fanno parte dell’esercito mondiale degli Anonymous, con le sue gerarchie, i suoi assi, le sue costole più o meno famigerate.
23 AGO 20
Immagine di Colpo agli hacker italiani. Servirà?
La settimana scorsa il settimanale americano Time ha dedicato un articolo terrorizzato ai Lulz (viene da lol, l’abbreviazione per laughing out loud, mi sto sganasciando dalle risate. Da lol il plurale diventa lols e degenera in Lulz: etimologia di base dal mondo degli hacker). I Lulz, che dopo aver violato il sito dell’Ufficio immigrazione dell’Arizona per protesta contro la linea dura sull’immigrazione dicono di essersi appena ritirati dall’attività, coniugavano un humor surreale con l’abilità di penetrare nei sistemi informatici meglio difesi: Cia, Fbi, il Senato americano, l’agenzia britannica per il crimine organizzato, il canale televisivo Fox, la Pbs, la banca Citigroup, vari siti della Sony, quelli del governo brasiliano. Anonymous ha nel suo carnet di vittime la Visa, MasterCard, PayPal, Amazon. Gli affiliati italiani hanno attaccato altri siti illustri: Camera, Senato, governo, Agcom e quelli di aziende nazionali strategiche come Eni, Enel, Finmeccanica, Mediaset e Rai.
Corpo tentacolare e gommoso, l’esercito degli hacker nazionali e internazionali, ma la bastonata di ieri è stata dura. L’operazione Secure Italy degli investigatori del Centro nazionale anticrimine informatico (Cnaipic) della polizia ha svegliato alle cinque del mattino 32 persone, per le perquisizioni e il controllo degli hard disk dei computer. “Ora – dice uno di loro ancora disorientato, nonostante la voglia di rappresaglia – prima di tutto dobbiamo capire come sono arrivati a noi e dove abbiamo sbagliato nelle nostre contromisure di sicurezza”. Gli hacker sono stati hackerati. Era successo anche negli Stati Uniti lo scorso settembre, quando un altro network malevolo e famoso nel mondo degli addetti ai lavori, Zeus, era stato quasi smantellato con la denuncia di 70 persone. Da noi i denunciati non rischiano l’arresto, ma temono soprattutto le cause civili per il rimborso dei danni da parte delle vittime (e che vittime).
Se lo spirito hacker è fedele al suo nome, ora dopo le denunce sono da mettere in conto ritorsioni clamorose, forse provenienti anche da fuori i confini nazionali, di sicuro con il solito gusto acerbo per lo sberleffo senza volto. L’idea sulla retata di ieri è che di tutto si tratti, tranne che del colpo definitivo che metterà a riposo gli hacker italiani. Secondo l’esperienza degli investigatori americani, chi commette questo tipo di reati e ha il giusto livello di sofisticazione tecnologica smette soltanto perché così ha deciso per scelta personale, non perché si fa incastrare dentro un’indagine, e si modera da sé. Quando invece non decide di guadagnare con la sua abilità.